IL SENSO

Che senso hanno i sensi quando non si possono esprimere?
Vedere in una stanza buia, ascoltare se non ci sono suoni (senza voler arrivare a scomodare i filosofi e l’antico quesito del se un albero che cade in una foresta dove nessuno lo ode fa comunque rumore).
Che senso ha il sentirsi comunità quando si è soli? Il senso di libertà quando si è costretti? Che senso hanno i sensi quando sono mortificati in una quarantena in cui si perde il senso di tutto…
È questa la riflessione alla base della ricerca in cui è lo stesso senso che medita, guardandosi dall’esterno, su sé stesso, su ciò che è stato, su ciò che avrebbe dovuto essere, su ciò che sarà, forse, poi…
Si uniscono, così, in un modesto tentativo di diario non tradizionale, le passioni di due amici “artisti a tempo perso”, perlomeno quando la mancanza di tempo si ostentava con fierezza, ma era prima che una pandemia ricordasse la fugacità del tutto. Una vita fa.
Un percorso in cui, chiusi nelle rispettive case, Francesco e Antonio riscoprono passioni non sempre coltivate, utili a “dare un senso” alla quarantena; il primo ritrova la compagnia della penna, vecchia amante invadente da cui, stavolta, non può fuggire; il secondo riscopre scatti dimenticati che meritano più attenzione da parte dei suoi pennelli.
I sensi, tradizionali e non, si mischiano in un filo conduttore, più o meno logico, che attraverso le evoluzioni degli stati d’animo cerca di dare un messaggio di speranza per il mondo che verrà.

OLFATTO

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MEMORIA

I ricordi invadono gli arredi, festoni di allegria lontana. Resta solo l’io che vuole brindare. Nella mente l’ordine delle cose superflue, non c’è traccia di spazi antichi. Siede l’ego in compagnia dei rimpianti. Nostalgia di banalità, qualunquismo di un bar. Il tempo si confonde senza le critiche di incontri mondani. Immobile sta, istantanea di un presente da dimenticare. Ci si costringe alla memoria quando la fantasia ha paura del futuro. La poltrona è mare dove i divani sono oceano, cinismo di chi si vuol salvare. La brama d’accidia sarà nuova vivace frenesia.

 

 

VISTA

Si incontrano le ombre, prospettive di sentimenti. È l’abbraccio più intenso: quello che si sarebbe voluto dare. I ricordi cullati dal silenzio, ci si stringe nella memoria. Quanta storia nel passato, quanto futuro ci si impegna a fare. È la voglia del momento, proposito del vivere più intensamente. Lo sguardo, imprigionato tra le mura, fugge verso luoghi che non esistono ancora, ricerca nella fantasia ciò che la realtà oggi gli nega. Evade l’animo, si rincorre il senso. La vista sogna il tempo in cui poter di nuovo vedersi abbracciare.  

SPAZIO

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TEMPO

Serve almeno un’ora per far scorrere un secondo quando il tempo si traveste di noia. Non si pensa a pensare quando si può. Paradosso degli stolti, si fingono impegnati in una rincorsa sempre troppo affannata. Ridono gli orologi, meschina invenzione sfuggita di mano ad avi distratti. Facile dettare la vita senza contraddizioni, padroni invadenti. Quanto è leggero il sospiro scandito dal niente. Sia libero il tempo, torni esso figlio ubbidiente dell’uomo più giusto.

UDITO

La città urla il proprio silenzio, vuoto che non le appartiene. Tenta il chiasso di pentole già stanche, l’acqua che scorre per fingere altrove, pensieri soli nel traffico di parole mute. Tornerà il tempo in cui udire la gente: frastuono eclatante che saprà di libertà. Ci si isola meglio nel calore delle voci. Senza rumori ogni suono è tormento. Rimbombano i propri sussurri, flebili fiati senza platea. Sono vuote le anime di chi non ha nessuno intorno a sé.

ISTINTO

 

Il sospetto vale di più di una certezza quando l’altro è nemico. Ci si affida allo sconosciuto se lo dice il proprio sé. L’istinto governa le intenzioni nel mentre che la razionalità cerca ancora di capire. Spesso si imbroglia anche per poco. Soltanto uno al comando è la regola per far funzionare il gioco. Si preferisce ciò che non si capisce le volte che l’altro io sussurra all’animo i propri pensieri. Si nasconde per non farsi vedere. Negli specchi degli anni un suolo volto non ha mai tradito, è il proprio riflesso, il miglior amico.

 

TATTO

Riflette su ciò che resta l’uomo che non ha più pensieri. Un istante può cambiare la realtà, sfioro assente modifica i confini. Le interpretazioni non spese fuggono spazi non conosciuti, sospese in un tempo non colto che è di nessuno. Immagini di suoni colorano i ricordi, sensazioni dimenticate del calore di essere toccati. Si affaticano le memorie a rincorrere la storia, pescano da pozzanghere inferme la loro sensibilità. Sacrifica sé stesso per l’abbraccio più vero, il tatto rimane il senso di chi non vuol ferire.

LIBERTÀ

Non saper stare soli, la galera più buia. Negli altri incompiuti, facili distrazioni. All’animo si legano solo i sentimenti di chi non sa sognare. Resta pura la fantasia del prigioniero, riempie di futuro la propria quotidianità. Quando le mura rappresentano l’orizzonte l’oltre è la meta più ambita. Si riflette sul perché si è colpevoli, ma solo se lo si è. Il gelo del vento non romperà le corse più lunghe. Le corde torneranno fionde per riprendere a saltare. Per raggiungersi nei traguardi sperati e non compresi.

 

COMUNITÀ

Gente distratta correva lontano, non si sapeva chi si è davvero. Il tempo detta la voglia di volersi raccontare, è l’uomo che sbaglia, pieno delle sue convinzioni. Era l’epoca del non fermarsi per paura di pensare. Il diverso era l’altro, pericolo attuale. Tacevano i sentimenti, vagava il senso del vivere insieme, comunità dimenticata. Gente isolata tra le genti, punizione non inflitta, scelta da compatire. La rinuncia alla libertà a vantaggio di niente. Finisce quel mondo, resta il reale, si ritrova il diverso che adesso si può scoprire.